Tre colpi di sirena

2019-08-30T09:17:02+02:00 26 Agosto 2019|

Il Punto

di Sergio Barlocchetti

Ci sono tre aspetti dei regolamenti sui MAPR ai quali non riesco proprio a credere.

Il primo: l’efficacia dei test online, evoluzione dei quiz a scelta multipla tanto cari ad EASA, che chi mira a conseguire – per esempio – licenze aeronautiche affronta pescando da un database di oltre 22.000 domande. I motivi sono diversi. Già il fatto che siano scritti in inglese dai tedeschi dovrebbe far sorridere, ma anche considerando la forma più semplificata della lingua anglosassone, nelle frasi non mancano punteggiature messe a caso e sostantivi usati a sproposito. C’è poi la questione degli errori formali di attribuzione delle risposte sempre in agguato e la diffusissima abitudine, da parte di chi non vuole impegnarsi, a imparare a memoria le risposte senza avere capito appieno l’argomento di cui si parla. Inoltre c’è Google. Proprio a noi giornalisti l’Ordine nazionale impone di frequentare corsi con siffatti esami ed è sufficiente avere due monitor a disposizione (o uno abbastanza grande), per trovare la soluzione in pochi istanti e marcare l’opzione esatta superando la prova. Da ignoranti.

Infine, a parte gli scambi di persona ad hoc alle tastiere, ci sono i risultati ottenuti, e se interroghiamo i selezionatori delle compagnie aeree scopriamo che spesso le capacità manuali dei piloti sono superiori alla profondità della conoscenza dei concetti che dovrebbero possedere. Certo, un dronetto non è un Boeing e neppure un Airbus, ma sappiamo perfettamente che è troppo vicino ai liner che si crede di avvistarne anche troppi.

Eppure, spinti dalla relativa economia intrinseca di realizzare una piattaforma per fare gli esami online (che però poi va aggiornata, mantenuta, controllata, eccetera), anche gli americani, come abbiamo visto, stanno pensando al test per piloti dilettanti (ricreativi) di droni, e i cittadini statunitensi dovranno dire che cosa ne pensano entro il 12 settembre. QUI il link al documento: https://faaco.faa.gov/index.cfm/announcement/view/34434

Dunque, le scuole non hanno tutti i torti se tramano per confermarsi quali luoghi preposti al conseguimento dei titoli abilitanti. Andrebbe anche bene se presso le strutture si svolgesse comunque il test online, almeno saremmo sicuri dell’identità delle persone e del corretto svolgimento dell’esame, volendo credere nella correttezza organizzativa e operativa dei centri di formazione.

A dirla tutta credo che i test online siano superati. Basterebbe la presa visione di un regolamento e un’autodichiarazione che ne dichiari la conoscenza. Di fronte a una falsa attestazione ognuno andrebbe incontro alle proprie responsabilità. Che a spiegare il regolamento siano le scuole oppure il web deve poterlo decidere l’allievo pilota.

Sebbene Dronitaly guardi principalmente al mondo degli APR professionali, chi scrive crede fortemente che per far prosperare il comparto non si possa prescindere dal creare un ambiente favorevole a chi, proprio a quel comparto, si avvicina per la prima volta . Diventare professionisti deve essere un traguardo ambito e non un’imposizione malcelata per poter giocare.

Il secondo: la faccenda che anche un dronetto dei più mingherlini (sotto i 250 grammi) potrebbe dover essere registrato soltanto perché ha una videocamera a bordo mi sembra una stupidaggine colossale. Intanto perché senza quella neppure li vendono ormai, e poi perché lo spartiacque tra gioco e possibile lavoro non si può misurare facendo un processo alle intenzioni. Mi spiego meglio: se possediamo un cacciavite cerca fase, quello che troviamo in tutte le valigette porta attrezzi, non è affatto detto che si abbia l’intenzione di rubare il lavoro a un elettricista e neppure che lo si userà mai. C’è di più: le dimensioni delle videocamere sono oggi ridotte al punto che ai costruttori non converrà nemmeno toglierla, al massimo disabilitarla via software su questo o quel modello, e l’hobbista avrà convenienza a riattivarla ad hoc, o metterla e toglierla, laddove e quando decidesse di volare dentro o fuori da un campo volo o altra area, magari privata, magari turistica e remota. Chissà come mai si tende a dimenticare che i dispositivi di ripresa sono integrati in ogni telefonino in vendita, e che più di una volta le riprese sono servite per chiarire fatti e situazioni importanti per puro caso. Ancora una volta non è importante che cosa ci sia a bordo, ma che utilizzo se ne voglia fare. La questione privacy resta inalterata e aggrapparsi a questo oggi è ipocrita, dal momento che anche se registrato al database, nessun pilota comunicherebbe a tutti i soggetti (animati e non) potenzialmente ripresi il suo numero di targa e le sue generalità prima di effettuare una ripresa. Non siate ipocriti, l’effusione dell’amante segreto ripreso dal turista, sulla battigia, che l’inquadra tre metri dietro il figlioletto che sguazza ci sarà sempre. Fesso chi non si tutela.

Terzo: concludo questo primo editoriale dal rientro vacanziero con una preghiera all’ENAC: testate specializzate come Quadricottero, Dronezine e anche Dronitaly (siamo registrati al tribunale di Milano), andrebbero sempre convocate ai tavoli tecnici insieme ad associazioni e regolatori. Le testate sono le prime e uniche a garantire sia l’informazione con atteggiamento critico, sia l’analisi capillare di un comparto, rappresentando di fatto soltanto i lettori (che non sono obbligati a versare una quota per leggere), e presentando anche le realtà più particolari. Questi lettori appartengono a categorie spesso volutamente trascurate quando non volutamente ignorate e messe in difficoltà, come ora sta avvenendo con chi, col drone, vuole solamente giocare. Non è così che si tutela il professionista dall’abusivismo, anzi, ciò che accade sistematicamente tra aviazione commerciale e aviazione generale in fatto di spazi aerei e gestioni aeroportuali dovrebbe far riflettere sul fatto che i professionisti senza gli hobbisti scomparirebbero privi della loro porta d’ingresso per le nuove leve. Che troverebbero altri pertugi per continuare a giocare. L’esempio calzante potrebbe essere la quantità di campioni di motociclismo italiani che sono stati creati nell’era delle elaborazioni casalinghe dei motori. Sparito quel mercato, soffocato da “norme di sicurezza”, spariti i nuovi giovani campioni e tante aziende. E noi del comparto unmanned italiano rischiamo una sovra-regolazione. La buona fede la misureremo con quanto il fantomatico regolamento transitorio devierà da quello europeo.

*Professionista del settore aviazione da 27 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo  di Flight Test Engineer e Project Manager in ambito manned e unmanned. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di direttore tecnico di un’azienda aeronautica internazionale ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aeroclub Milano.