Pilotaggio remoto, perché pensare all’acqua

2019-09-25T15:33:06+02:00 30 Settembre 2019|

Il Punto

di Sergio Barlocchetti

Mai come in questo periodo si sta ponendo l’attenzione sullo stato di salute del nostro pianeta. E bando agli allarmismi e alle fin troppo roboanti campagne di dis-informazione, di certo sappiamo che l’acqua è imprescindibile per la vita e che sulla Terra la superficie emersa è inferiore a quella immersa. Sappiamo che Cina, India e altre nazioni non stanno attuando politiche efficaci per il contenimento degli inquinanti e anche che intere regioni continentali non hanno acqua dolce (prima che potabile) a disposizione.

Sia chiaro che non stiamo seguendo le tendenze eco-chic del momento e tanto meno facili allarmismi, sappiamo invece che la tecnologia unmanned può aiutarci a controllare, studiare e preservare il capitale idrico a cominciare da quello nazionale. Che sprechi a parte (troppi), è da veri privilegiati tra Alpi, Appennini e falde sotterranee. Ecco allora che disporre di sensori dedicati, mezzi a pilotaggio remoto (ed anche autonomi) e software utili a ricavare dati precisi ci consente di poter decidere in modo limpido per il bene della nostra risorsa primaria. Ma perché questo avvenga deve essere possibile provare e riprovare, sviluppare le capacità oltre le macchine, e serve attenzione da parte delle istituzioni. Poi, che i mezzi coinvolti nell’esplorazione marina, fluviale o lacustre siano galleggianti, sommersi o volanti è soltanto una questione di attinenza alle finalità che la missione vuole raggiungere. Ecco perché Dronitaly Roadshow farà tappa il prossimo 11 ottobre al Festival dell’Acqua di Venezia, presso l’Auditorium della Fondazione Querini Stampalia, con una sessione di interventi dedicata alla gestione delle emergenze nel servizio idrico.

Non ci sarà sovrapposizione con quanto possono fare oggi gli aeroplani multimissione con i loro sensori, stante che questi mezzi non riescono ad operare dai piccoli bacini e sott’acqua, così come non c’è sovrapposizione con i servizi offerti dai satelliti, favoriti in compiti di macro esplorazione e limitati, per esempio, anche soltanto dalla presenza di nuvole sul bersaglio.

Che i droni siano galleggianti o meno, volanti o no, le regole per usarli esistono, ed anche se sempre in via di aggiornamento, queste devono fare in modo che la tecnologia unmanned resti competitiva nei costi operativi, disponibile e affidabile. Ovvero fare le cose in modo opportuno, farle funzionare insieme e per tanto tempo. L’Italia in questo comparto può essere la nazione più avanzata al mondo grazie alle sue caratteristiche, a cominciare dai 7.400 chilometri di coste, fiumi, laghi alpini e non, canali artificiali e quindi una grande diversificazione di scenari nei quali sperimentare e consolidare l’uso di mezzi senza pilota a vantaggio di ogni forma di vita. La tendenza del settore oggi è questa: fornire prodotti sempre più completi e semplici da utilizzare, come nel segmento aereo ha dimostrato il colosso DJI all’Airworks di Los Angeles, concentrandosi nell’utilizzo agricolo per analisi multispettrali e calcolo dell’irrigazione necessaria, peraltro riutilizzando una piattaforma volante esistente come il Phantom 4. E la stessa cosa, sebbene per mano di altri costruttori, avverrà in campo navale, dove è bene evitare di inventarsi “patenti” strane o altre barriere, soprattutto in casi di assoluta inutilità.

*Professionista del settore aviazione da 27 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo  di Flight Test Engineer e Project Manager in ambito manned e unmanned. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di direttore tecnico di un’azienda aeronautica internazionale ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aeroclub Milano.