Il futuro era ieri

2019-12-10T13:30:15+01:00 14 Dicembre 2019|

Il Punto

di Sergio Barlocchetti

Non c’è giorno che passi senza segnalazioni di nuove sperimentazioni o attivazioni di servizi di consegne della posta o di medicinali urgenti fatte con mezzi volanti a pilotaggio remoto. Ma all’estero. A parte i poco felici esperimenti svizzeri (ma hanno capito), Francia, Germania, persino l’Islanda e l’Austria (quest’ultima ha l’autorità aeronautica più severa d’Europa), hanno consentito traffico commerciale SAPR, seppur in quasi tutti i casi ancora a contatto visivo con il pilota.

In Italia non saremmo da meno: potremmo dimostrare di poter servire zone rurali ed isolate nello stesso modo, isole poco distanti dalla costa come in Germania e villaggi alpini esattamente come fanno i francesi. Se poi volessimo sperimentare in regioni poco urbanizzate e popolate, come hanno la fortuna di poter fare in Islanda, basterebbe volare tra Molise, Puglia, Basilicata e Sardegna, dove qualche corridoio di cielo largo una ventina di chilometri non è certo difficile da trovare, nonostante la nostra rinomata organizzazione degli spazi aerei asservita esclusivamente al traffico civile commerciale.

Ammettiamolo, abbiamo ancora le CTR più grandi d’Europa e parecchi “aeromorti” minori con ATZ quasi completamente disabitate. Ovvio quindi che sia più complicato inserire il volo unmanned rispetto ad altre nazioni europee. Eppure, per esempio, servirebbe eccome un drone ben equipaggiato per portare cibo e medicine a Monteviasco (provincia di Varese!), un borgo isolato dal resto della Lombardia dopo che un incidente ha visto chiudere la funivia che lo collega a Ponte di Piero, costringendo una squadra di generosi Carabinieri all’arrampicata quasi quotidiana, stante che non esiste una strada carrabile che raggiunga il paesino. E questo, a fine 2019, dovrebbe farci riflettere.

Questione di opportunità, ma anche di voler capire che soltanto facendo esperienze di questo tipo si potrà maturare la conoscenza necessaria per progettare droni che non temano il gelo e la pioggia, che abbiano un carico utile sufficiente e un sistema di controllo a prova di boschi (che attenuano i segnali radio), e distanze che vadano poco oltre il VLOS. Invece, in altri posti come Bolzano, ci si preoccupa per il rumore dei droni. Avete capito bene, del resto nella stessa Provincia anni fa ci si lamentò per quello degli alianti (!) e a ben guardare anche le mountain bike a certi politici locali non stanno proprio simpatiche.

Perché in Italia ormai si deve decidere tutto a livello politico e al diavolo l’opportunità e il buon senso. Un esempio è Matera, che prima di essere capitale della cultura, palcoscenico per la cinematografia, copertina di riviste turistiche e ribattezzato luogo storico di grande interesse (ma lo è sempre stata, città meravigliosa), pareva dimenticata dalla geografia e da qualsiasi itinerario. Ma almeno oggi tra finti spari e inseguimenti per le scene del prossimo film di James Bond, durante le quali sono state fatte oltre 40 ore di riprese con un drone, il pubblico mondiale verrà a conoscenza dell’esistenza dei Sassi e della possibilità di trascorrerci qualche giorno di vacanza. Ben venga dunque il ronzio dei quadricotteri che ha portato in città un discreto indotto.

Altrove invece la mentalità è ancora quella del “no per partito preso, no perché lo decido io, no perché a me non porta consenso né guadagno, no perché così non rischio nulla”. E allora eccoci a dire che un drone fa rumore, finanche a fermare con divieti comunali dei voli di SAPR che nulla avrebbero di pericoloso. Sfugge ancora una volta che oggi il reale pericolo è quello di rimanere indietro, di pensare che sia accettabile non progredire in questo come in cento altri settori. Quando invece è già troppo tardi, con anni spesi a modificare i regolamenti ignorando l’unica certezza che avevamo su questo settore fin dal 2013: che evolve a a velocità quadrupla rispetto agli altri rami dell’aviazione e che la contaminerà con automatismi mai visti prima a vantaggio della sicurezza.

Ed anche qui la dimostrazione è lampante: un colosso dei navigatori consumer come Garmin ha creato un sistema che permette agli aeroplani tradizionali di atterrare in modo autonomo (video), avvisando anche l’ATC dell’emergenza in corso e scegliendo l’aeroporto più idoneo. Non su aeromobili per il trasporto di linea, ma su quelli dell’aviazione generale, di fatto trasformandoli in un drone che vola BVLOS autopilotandosi. Da dove pensiamo che abbiano ricavato gli algoritmi giusti, o derivato il software necessario? E mentre la risposta la conosciamo, i Carabinieri anche oggi stanno salendo a piedi verso Monteviasco.

img: Freepik.com

*Professionista del settore aviazione da 27 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo  di Flight Test Engineer e Project Manager in ambito manned e unmanned. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di direttore tecnico di un’azienda aeronautica internazionale ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aeroclub Milano.