All’Italia serve un “Burt”

2019-10-25T14:20:45+02:00 30 Ottobre 2019|

Il Punto

di Sergio Barlocchetti

Anche una leggenda vivente come Burt Rutan si butta nella progettazione di mezzi eVtol. Dopo aver realizzato i più arditi, anticonvenzionali, originali aeroplani dell’ultimo secolo, Burt, 76 anni, sta progettando un nuovo velivolo elettrico a decollo verticale. Il progettista del Voyager, l’aeromobile che ha fatto il giro del mondo senza scalo, e del razzo spaziale suborbitale SpaceShipOne si era ritirato dal ruolo di amministratore delegato della sua Scaled Composites già dal 2011, ma da quel momento, sgravato della quotidianità, ha continuato a lavorare a una nuova serie di modelli, certamente mezzi poco convenzionali, come nel suo stile.

Il 20 ottobre scorso, in occasione del 40° anniversario del primo volo del suo aeroplano sportivo Long EZ autocostruito, Rutan ha confermato la natura del suo nuovo progetto: “Ho lavorato molto sul design“, ha affermato “È piuttosto diverso dai 170 modelli di eVtol che stanno facendo ora in giro per il mondo. Ma questo è tutto ciò che posso dire al riguardo, almeno per ora“. Per uno come lui, che ha sempre progettato mezzi a pistoni e a turbina, consacrarsi alla via elettrica è una novità non da poco, sebbene un paio di prototipi così motorizzati li avesse già disegnati tempo fa. Uno era l’automobile sperimentale BiPod, progettata con motori a gas che fornivano energia a generatori elettrici, i quali a loro volta azionavano motori sincroni ed eliche, mentre nel 2015 presentava l’anfibio SkiGull, dotato anche di due piccole eliche a propulsione elettrica per la movimentazione durante la fase di taxi in acqua, in grado di fornire anche una potenza supplementare al decollo.

Perché è importante raccontare questi avvenimenti in ambito unmanned? Presto detto: a permettere le innovazioni di Rutan è stato un ambiente aeronautico dinamico come quello americano del dopoguerra e la stabilità normativa che ha permesso di costruire mezzi sperimentali e di testarli “sottocasa”, nel caso della Scaled Composites il deserto che circonda la cittadina californiana di Mojave. A noi italiani manca un Burt Rutan, e non è un problema di mancanza di finanziamenti dedicati alla ricerca, bensì di saper riconoscere che anche se un progetto rimane allo stato di prototipo (lui ne ha fatti almeno 200, dei quali una trentina hanno avuto successo), esso non è mai fine a sé stesso ma consente di maturare esperienze progettuali che in campo aerospaziale verranno utili in seguito. Ma soprattutto al momento non abbiamo neppure una stabilità normativa che consenta di realizzare macchine volanti senza pilota per svolgere una determinata missione.

In realtà nulla ci vieterebbe di usare la normativa nazionale come base per costruire prototipi, per esempio come stabilisce la circolare NAV32E di Enac, ma pare che ce ne dimentichiamo. Se poi guardiamo all’Europa, da un lato ci spaventa affrontare una certificazione per trasformare i nostri laboratori in organizzazioni di progettazione approvate (Doa), e dall’altro pretendiamo anche di edulcorare una norma miracolosamente liberale come la classe Open per salvaguardare i giardinetti nostrani, quando invece sarebbe il caso di approfittarne e mettere sul mercato mezzi in grado di competere con quelli in arrivo dall’Asia.

Bisogna avere coraggio, pensare che far volare un aggeggio a controllo remoto sia soltanto il 30% del lavoro, il restante 70% è creare attorno al progetto quell’ambiente fertile alla riuscita della propria impresa e di quelle che verranno. Su questo bisogna lavorare.

*Professionista del settore aviazione da 27 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo  di Flight Test Engineer e Project Manager in ambito manned e unmanned. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di direttore tecnico di un’azienda aeronautica internazionale ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aeroclub Milano.