A caccia di radiofrequenze

2019-09-11T12:03:23+02:00 11 Settembre 2019|

Il Punto

di Sergio Barlocchetti

L’autunno che sta per arrivare vedrà finalmente la diffusione della tanto attesa tecnologia 5G. Il settore Unmanned sarà così nella piena possibilità di controllare le macchine remote senza più i problemi di latenza delle trasmissioni, con molta più precisione di controllo e capacità di trasmissione dati. Molte saranno anche le applicazioni che porteranno al miglioramento della vita umana, e altrettante le preoccupazioni derivanti dalla quantità di dati che invieremo e dall’aumento di radiofrequenza che questa tecnologia comporterà nell’ambiente.

Non nascondiamoci dietro a un dito: se a tutto questo non corrisponderà anche lo spegnimento delle vecchie reti obsolete, il totale dell’energia irradiata in modo capillare su noi tutti sarà maggiore. E se nessuno vuole prendersi la briga di riconoscerne chiaramente gli effetti negativi sulla nostra salute, quel che è certo e che possiamo affermare è che di sicuro bene non fa. Tuttavia, per il comparto dei piccoli velivoli senza pilota che dovranno muoversi in contesti urbani sarà la rivoluzione. Meno per quelli che lavoreranno in zone rurali, naturali e comunque laddove le nuove reti non saranno immediatamente implementate o non lo saranno per niente.

Quale sarà dunque il futuro dei data-link? Ancora in seno alla International Telecommunication Union (ITU) non c’è accordo su quale porzione di spettro elettromagnetico dedicare a una certa classe di droni, almeno a quelli più leggeri, e anzi ci si aspetta un’espansione dei canali WiFi della banda a 2,4GHz, stante che le caratteristiche di propagazione di quella a 5,6 GHz non garantiscono le medesime prestazioni. Addirittura i francesi, circa tre mesi fa, hanno proposto in seno alla ITU di riassegnare al servizio mobile aeronautico la banda tra 144 e 148 MHz, oggi assegnata ai radioamatori, in modo da ricomprendere una sottobanda dedicandola al comando e controllo degli UAV professionali. Questa banda, posta quasi alla metà dello spettro VHF, ha caratteristiche di propagazione incredibilmente interessanti ed è tecnicamente associabile alla banda aeronautica VHF attuale (108-137 MHz) senza grandi problemi.

Grazie all’intervento della IARU (l’organizzazione che riunisce le associazioni dei radioamatori nel mondo), che ha dimostrato come il pericolo di interferenze sarebbe stato elevato per troppi anni, l’istanza è stata ritirata e il mondo Unmanned resta a caccia di una frequenza dedicata. Sempre la ITU, nel 2011 aveva pubblicato il report M.2230 (https://www.itu.int/dms_pub/itu-r/opb/rep/R-REP-M.2230-2011-PDF-E.pdf) nel quale si attribuivano al comando e controllo (e non per le trasmissioni del carico pagante), le porzioni di frequenza tra 13,25-13,40 GHz, 15,4-15,7 GHz, 22.50-22,55 GHz e da 23,55 a 23,60 GHz. La discussione è accesa e durerà ancora molto, del resto un ostacolo per ora ancora insormontabile per il 5G resta la complessità della rete, il suo costo e la necessità di installare un numero di impianti sul territorio tale da garantirne la corretta densità di copertura. Motivi per i quali esistono, e continueranno ad esistere in futuro, gli apparati radio e i data link, sempre che si riesca a trovare una porzione di spettro radioelettrico da assegnare loro in uso esclusivo.

*Professionista del settore aviazione da 27 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo  di Flight Test Engineer e Project Manager in ambito manned e unmanned. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di direttore tecnico di un’azienda aeronautica internazionale ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aeroclub Milano.