Il Punto

Droni cargo, altro che “ultimo miglio”, la domanda è per grandi UAV a medio raggio.

di Sergio A. Barlocchetti *

Altro che ultimo miglio, cresce in fretta la domanda di grandi droni cargo sostenuta dal motto “mille per mille”, ovvero chilogrammi e chilometri da coprire.  Complice l’ormai imminente salone aerospaziale di Farnborough (Regno Unito), cresce l’attesa per vedere quali e quante aziende presenteranno progetti unmanned e in particolare chi vorrà tentare di accaparrarsi la grande richiesta di mezzi cargo senza pilota che arriva dall’Asia, Cina in testa. La grande differenza con il passato risiede nel fatto che finalmente si è capito che non è poi così conveniente trasformare in droni aeroplani esistenti, mentre è vincente creare il mezzo attorno alla richiesta di carico utile e di prestazioni. In particolare si sta pensando a come far volare un normale container senza più doverlo aprire per trasbordare i colli dal cargo tradizionale, sia esso nave o aeroplano, fino all’UAV.

Alcuni corrieri asiatici avanzano ormai richieste per mille chilogrammi di carico e almeno mille chilometri di raggio operativo, il che rende attuali due filosofie di pensiero. La prima: utilizzare piattaforme già esistenti e magari nate per altri scopi, adattandole al trasporto anche se inizialmente concepite per l’osservazione a lunghissimo raggio, scambiando la possibilità di imbarcare molto carburante per quella di caricare le merci da trasportare. La seconda: finalmente commissionare ai progettisti mezzi specifici per quel tipo di missioni. L’integrazione nello spazio aereo degli UAV di grande dimensioni preoccupa meno di quanto non lo facciano i droni più piccoli, in quanto su macchine volanti di una certa categoria è immensamente più facile installare avionica standard.

Così non stupisce che siano nate realtà come il progetto PUCA, da Platform for Unmanned Cargo Aircraft e che aziende come Piaggio Aerospace entrino nel mirino di chi vuole acquisire progetti che abbiano, quantomeno, già dimostrato di essere efficaci. Il tempo corre veloce e si avvicina a gran ritmo anche la fine del programma Horizon 2020, dove sono concentrati i tentativi europei di modernizzazione e preparazione per il futuro. Parlando al forum AIAA sull’aviazione del 2018, il capo unità della Commissione europea per la direzione generale della ricerca e dell’innovazione, Sebastiano Fumero, ha descritto i pilastri guida di Horizon 2020 nel finanziamento della ricerca scientifica e dell’istruzione: fornire leadership industriale e facilitare la comunicazione, sostenere la soluzione di sfide sociali come la salute e l’energia. Attraverso il finanziamento della ricerca nell’industria aerospaziale il programma ha contribuito a sostenere iniziative come il progetto MALE, per il drone a lunga autonomia, ma anche progetti come Parsifal, acronimo di Prandtlplane ARchitecture for the Sustainable Improvement of Future AirpLanes, per lo sviluppo sostenibile degli aeroplani del futuro. E sappiamo che il futuro sarà irrimediabilmente unmanned, negarlo ora sarebbe da irresponsabili.

Professionista del settore aviazione da 26 anni, ingegnere aerospaziale, giornalista professionista e pilota. Ha ricoperto il ruolo di Flight Test Engineer in ambito manned e unmanned, di specialista in avionica e radiofrequenza. Ha fatto parte della redazione del mensile Volare per 18 anni e ha esperienza di pilotaggio su aeromobili leggeri ed executive. Attualmente ricopre l’incarico di project manager nella produzione di droni ed è docente di materie tecniche presso la scuola dell’Aero Club Milano.

2018-07-09T09:00:11+00:00 9 luglio 2018|