L’azienda agricola che usa i droni per coltivare i meloni

La Nadalini di Mantova li utilizza dal 2016.


Ad oggi l’agricoltura di precisione riguarda soltanto l’1% circa della superficie agricola nazionale. Tecnologie avanzate, legate all’utilizzo di droni, robot e satelliti rappresentano però il futuro dell’agricoltura. Si parlerà di questo e altro alla Collettiva Dronitaly@EIMA2018, in programma dal 7 all’11 novembre a Bologna (clicca qui per maggiori informazioni).

Francesca Nadalini è responsabile commerciale dell’azienda Nadalini, situata a Sermide, in provincia di Mantova, leader nella coltivazione del Melone di Alta Qualità.

Francesca ha aperto l’azienda di famiglia all’uso dei droni nel 2016: «Le colture orticole nella nostra zona sono caratterizzate da superfici parcellizzate, non vaste e per lo più sotto serra, dove viabilità e capezzagne consentono la ricognizione umana, a piedi o in auto. Nel nostro settore c’è l’abitudine al controllo fisico della coltivazione; io ho deciso di affiancarvi anche quello tecnologico, perché la mappatura di appezzamenti 5-10-15 ettari fatta con il drone diventa una visione unica e a colpo d’occhio si riesce a vedere la differenza di certe zone rispetto ad altre».

I droni impiegati in agricoltura, spiega Nadalini, «volano a massimo 80 metri da terra con una velocità di 5 metri al secondo e possono essere equipaggiati con fotocamere ad altissima risoluzione per ricognizioni o con termocamere per rilevamento termico o ancora con sensori Nir per il telerilevamento dell’indice di vigore delle piante (Ndvi, Normalized difference vegetation index). Con adeguato equipaggiamento sono usati per la confusione sessuale, per l’impollinazione e per la distribuzione di fitofarmaci».

Continua Nadalini: «Noi quando siamo partiti nel 2016 per prendere familiarità col sistema abbiamo puntato su due elementi: l’identificazione dell’andamento del terreno in funzione del vigore delle piante e la mappatura delle infestanti. Nel primo caso siamo riusciti a vedere e dunque correggere zone con avvallamenti e ristagno idrico o perdite di acqua dalle manichette forate, sempre con conseguenti problemi di perdita di piante per asfissia. Nel secondo caso siamo riusciti a ridurre gli interventi di diserbo e l’impiego di fitofarmaci, usando peraltro miscele mirate in funzione delle famiglie di infestanti rilevate».

È stato affrontato anche il problema delle plastiche, che in orticoltura sono molto usate per la copertura del terreno in campo aperto (pacciamatura) e della coltura stessa (tunnellino). «In azienda – spiega Nadalini – abbiamo 65 serre con plastiche acquistate da due fornitori diversi e usando i droni ci siamo accorti che tra le varie serre, o meglio plastiche, c’era una differenza di 5°C. La cosa di per sé non è né un bene né un male, ma saperlo ci ha fatto gestire la coltivazione in maniera più efficiente: abbiamo messo a dimora le varietà precoci nelle serre a più alta temperatura e quelle medio tardive dove la temperatura risulta più bassa».

Con i sensori Nir e dunque l’indice Ndvi questi orticoltori monitorano le patologie o comunque le sofferenze mostrate dalle piante; le quali, è stato riscontrato, aumentano la propria temperatura in condizione di malattia o di altro stress.

«La mancanza di cultura in materia è un altro freno allo sviluppo dell’uso dei droni per le orticole, perché a volte non si sa bene quale utilizzo farne – sostiene Nadalini –. È impossibile approcciarsi a tale tipo di agricoltura da soli, perché è caratterizzata da una enorme quantità di dati, che bisogna saper leggere, e prima ancora serve saper orientare bene la ricerca. Così, oltre al pilota del drone (autorizzato e con conoscenza delle norme per la sicurezza dello spazio aereo), occorre avere un consulente agronomo specializzato. Noi ci siamo affidati ad Agritechno, col suo Adron (Agricolture dron service), che combina l’attrezzatura giusta con la guida della ricerca e la lettura delle informazioni acquisite».

Continua Francesca Nadalini: «Oggi il drone in orticoltura non sta sostituendo completamente il lavoro dell’uomo come avviene per alcune colture estensive dove il vantaggio è quasi totale, tutt’al più va ad affiancare la ricognizione umana sempre necessaria (vedi la ricerca di parassiti sotto le foglie). L’uso del drone equipaggiato consente in ogni caso un aumento della consapevolezza della propria realtà aziendale, poi certamente un vantaggio competitivo, un miglioramento delle buone pratiche. Noi che facciamo produzione integrata con i droni riusciamo a fare interventi mirati e localizzati in maniera più tempestiva e più accurata e soprattutto totale, non a campione, perché la tecnologia supera l’occhio umano».

Per quanto riguarda l’aspetto costi/benefici, Nadalini non ha dubbi: «Il costo del servizio è sostenibile, viene ripagato dal minor costo dei trattamenti. Intervenire con questi strumenti permette di risparmiare risorse, riducendo l’impatto ambientale e aumentando le rese. E il nostro obiettivo è arrivare a un residuo zero».

Fonte: Nòva Agricoltura

2018-09-27T16:04:21+00:00 26 luglio 2018|